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ADESSO LE ALPI SCOPPIANO DI SALUTE
Nell’Ue è allarme per l’estinzione di molti animali. Ma non in Italia, dove orsi, linci, lupi e cervi stanno benone

Doveva essere l'anno del traguardo raggiunto: il 2010, dedicato alla tutela internazionale della biodiversità, doveva rappresentare la svolta nella protezione delle specie. Invece la situazione sta precipitando: si calcola che il ritmo con cui animali e piante si stanno estinguendo è oggi da cento a mille volte più rapido di quanto dovrebbe essere. Tra i candidati all'estinzione la tigre, di cui restano meno di 4000 esemplari, il panda gigante, il rinoceronte nero e, tra le piante, le grandi sequoie americane. In Europa, il Commissario per l'Ambiente Stavros Dimas ha appena presentato una strategia a lungo termine, con obbiettivo intermedio nel 2020 e traguardo finale nel 2050. Gran parte del lavoro si baserà sulla messa a punto della rete Natura 2000, un sistema di aree protette cruciali per la conservazione degli habitat naturali. Ma caccia indiscriminata, cambiamenti climatici, urbanizzazione selvaggia, congiurano per rendere quasi impossibile la lotta contro l'estinzione. Ovunque, tranne che nel nostro Paese.

L'Italia infatti va in controtendenza, con un incremento della presenza di animali mai verificato negli ultimi cento anni. I lupi, per esempio, sono comparsi nelle Alpi occidentali negli anni Ottanta e si sono moltiplicati. Oggi ce ne sono almeno 150 esemplari, stanno insediandosi anche in provincia di Bolzano. E non ci sono solo loro. Sulle Alpi non ci sono mai stati tanti animali come in questi anni, o almeno così sembra. Cervi, caprioli, cinghiali scendono addirittura in pianura e bussano alle porte delle città. Gli avvoltoi degli agnelli veleggiano con i loro tre metri di apertura alare dalle Marittime allo Stelvio, dopo quasi un secolo di assenza. L'ultimo di questi rapaci era stato ucciso nel 1913 in val di Rhemes e c'è stato bisogno di trent'anni di attività di un consorzio di zoo e associazioni austriache, tedesche e svizzere per riportarlo nella sua antica patria. Ma una volta aperte le voliere, i grandi uccelli non si sono fatti pregare per riprendere possesso di rocce e ghiacciai, tornando a fare quello che hanno sempre fatto: smembrare le carcasse degli animali travolti dalle valanghe. Gli orsi bruni, prelevati dalle foreste della Slovenia e liberati nel parco trentino dell'Adamello, hanno raggiunto l'Austria e la Germania e lì molti sono stati abbattuti perché ritenuti dannosi e pericolosi soprattutto per le greggi.

Dei cervi non si tiene più neanche il conto: solo 40 anni fa erano un'esclusiva tutta straniera, oggi rappresentano una minaccia per boschi e colture in Trentino, in Lombardia e in Piemonte, tanto che il parco nazionale dello Stelvio ha deciso di eliminarne una quota consistente per ripristinare l'equilibrio ecologico compromesso dal proliferare di questi grandi animali erbivori, che non fanno distinzione fra arbusti selvatici, granturco, meli e peri. Non è stata una decisione facile e, nonostante la pianificazione dell'operazione che prevede l'abbattimento di circa 150 cervi l'anno, sono divampate le polemiche fra animalisti e responsabili del parco. Se le Alpi vivono questa festa zoologica, allora perché l'allarme dell'Unione europea sulla biodiversità è così forte?

Il fatto è che non tutti gli esseri viventi sono uguali. Anzi, la biodiversità è proprio il trionfo della differenza. Da una parte aumenta la grande fauna: cervi, cinghiali, lupi, avvoltoi, linci. Dall'altra scompare a ritmo crescente una moltitudine di piante e animali della cui esistenza pochi si rendono conto. Chi si preoccupa della pernice bianca o del piviere tortolino, della salamandra nera o del proteo? Fanno meno effetto dell'orso, del lupo, del camoscio, dello stambecco e dell'avvoltoio. La differenza è che lupo, orso, cervo e avvoltoi, per quanto grandi e bisognosi di spazio hanno esigenze meno specifiche della salamandra, del proteo e del piviere tortolino, perché si adattano a vivere in diversi luoghi, approfittando del bestiame domestico e delle colture.

Al contrario salamandre, ululoni (un piccolo rospo), sassifraghe, pernici bianche, protei e rosalie alpine vivono in spazi molti più angusti, definiti nicchie ecologiche. Il proteo, per esempio, è una salamandra priva di occhi che vive solo nelle acque fredde e ossigenate di un torrente sotterraneo, con una temperatura inferiore ai dieci gradi e buio perenne. Se la temperatura salisse di qualche grado, o l'acqua venisse inquinata da uno scarico o una luce fosse accesa nella grotta per mostrare le stalattiti ai turisti, il proteo sarebbe finito e la biodiversità segnerebbe meno uno.

I candidati all'estinzione nelle nostre regioni sono migliaia, mentre le specie che aumentano sono poche decine, ma di grande peso e impatto mediatico. Ci aspetta un futuro di globalizzazione faunistica: un mondo popolato da poche specie animali con grandi numeri e addio alla meravigliosa biodiversità, quella che ad esempio garantisce la sopravvivenza delle api. Sarebbe un peccato, ma soprattutto significherebbe porre una seria ipoteca sul nostro futuro.


Tratta da Corriere

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